QUESTIONE DI FONT

L’Accademia della Crusca ha decretato che in ambito informatico è preferibile l’uso del maschile, perciò noi ci adeguiamo.

Dunque, io di norma seleziono il font con cui scrivere in base all’umore del momento – con una netta predilezione per i caratteri lineari, i cosiddetti sans serif. Chiaro, perché fanno tanto Bauhaus, Costruttivismo e ’sticazzi, ma anche perché in definitiva sono i più leggibili, e la videoscrittura stanca maledettamente gli occhi.

Se mi sento ironica e ottimista, il mio stile preferito è sicuramente il Trebuchet MS: nato & pensato appositamente per la grafica digitale, è – tadaan – quello che ho scelto per il blog. (Tra l’altro, sottolineamolo, ha il pregio di sciogliere magnificamente il tipico logogramma della e commerciale in un limpido et latino – adoro questa cosa ♥). Quando invece mi sento depressa o particolarmente spartana o più semplicemente mi struggo d’invidia per la sobria razionalità maschile e voglio sentirmi in grado di riprodurla, scelgo l’HelveticaTra quelli con le grazie, devozione assoluta per il Georgia delle pagine Adelphi: per me l’ipostasi dello Stile. Non so, il Georgia mi fa assaporare la forma delle parole meglio di tutti. Per le comunicazioni più formali, invece, la scelta cade (quasi) sempre sul Times New Roman, il non plus ultra del politically correct, ma pur sempre elegante a modo suo. Quando sono di turno al choconegozio e mi trasformo in un’impersonale interfaccia messa a disposizione della clientela per interagire con la merce, io sento di parlare in Times. Non ha alcun senso, ma – credetemi – è così.

A volte, sbocconcellando qualcosa, mi perdo a studiare i font dei prodotti che ho sottomano. Mi diverto a identificarli. Lo fate anche voi? Che so, a occhio e croce, la Byredo deve aver optato per una specie di Avenir modificato ad hocL’Avenir, be’, lo sapete, è tipo l’aggiornamento contemporaneo di quel classicone del Futura (lo dice il nome stesso), il font più modernista di sempre, quello dell’infografica ferroviaria ecc.

Comunque – bah. Non mi ricordo più di cosa volevo parlarvi.

Lo sapevate che il primo prodotto ad essere confezionato in senso moderno è stato il sapone solido?

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Non a caso, gran parte dell’avanguardia estetica in fatto di packaging è oggi appannaggio delle linee cosmetiche. Con qualche anacronismo ben studiato, come nel caso dell’Acqua alle rose della Manetti&Roberts, aderente fino alla morte a un’iconografia che potremmo banalmente definire retrò, se non fosse per il flacone di plastica che si limita a simulare quello originario di vetro. Il layout tuttavia è parecchio figo. Come quello del tè Twinings, è concepito come il frontespizio di un libro. Molti prodotti commercializzati nella prima metà del XIX secolo, sfruttavano per la realizzazione del packaging la stessa filiera della stampa editoriale, ecco perché conservano un aspetto, diciamo così, librescoChe cosa carina.

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MAXIMIZE! – Parte seconda

Certo, chi non vivrebbe volentieri in un appartamento dal respiro museale, dove gli scaffali servono solo come spazi espositivi e non funzionali, dove quasi ogni oggetto, del resto, appare defunzionalizzato e utile solo ad incrementare il tasso estetico complessivo dell’ambiente, dove il bianco la fa da padrone, dove perfino i libri diventano semplici elementi d’arredo (magari riposti sulle mensole capovolti, perché il taglio delle pagine, a differenza delle costole, offre le tonalità neutre che tanto disperatamente invochiamo intorno a noi) – ecco, appunto, chi ci vivrebbe volentieri?

Un appartamento del genere sarà sicuramente bello e rilassante, ma. Mah.

Ci vivreste davvero in un posto simile? Non sarà tutto un po’ troppo decorativo? (il decorativismo fine a se stesso alla lunga risulta irrimediabilmente lezioso). Voglio dire, forse è più bello immaginare di viverci, in appartamenti come questi, che viverci sul serio. Ma voi davvero sareste disposti a scegliere cosa indossare al mattino in base alla palette (a)cromatica dei cuscini in soggiorno? 

Nah, lo stile tempio zen non fa per me. Non voglio vivere in un luogo adatto alla meditazione, ma in un luogo adatto alla vita, e la vita per me è emotività (cioè colore) ed entropia (lo confermano le leggi della fisica: l’ordine è lavoro, il caos è natura, e si rigenera, qualunque misura adottiate per contrastarlo).

Il risultato è che sto riabilitando il legno scuro, e la mia tipica tavolozza di colori neutri e sabbiosi e dilavati sta cominciando ad arricchirsi di toni marroni, di neri e di colori saturi, di colori primari, capite, roba tipo rosso fragola, verde lisergico, azzurro piscina (che non sono primari, ok) e giallo limone. Sono impercettibilmente passata al technicolor. Roba mica da poco.

Se prima studiavo con ammirazione interni come questi:

Adesso osservo incuriosita soluzioni diverse, non drasticamente diverse, ma comunque dal mood differente.

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Interni così, leggermente più chiassosi del solito e incasinati il giusto (perché scusate, l’eleganza è soprattutto una questione di sprezzatura) – interni così stanno cominciando a dirmi qualcosa.

Anche se non riuscirò mai a passare sopra la scelta tremenda di allineare i volumi in base a criteri cromatici  (l’ho fatto anch’io, siiigh. Bocciata pure la catalogazione per case editrici: di un qualunquismo insostenibile). Su, cosa c’è di più bello che perdersi nella sintassi soggettivissima di una libreria davvero personale? Dove l’Urbanistica di Le Corbusier può stare in mezzo a Le ali di Vendemiaire e a IT di Stephen King, per dire?

Oltre a questo massimalismo cromatico (benché tutto sommato relativo, restando io pur sempre eccentricamente minimal), sto sviluppando un forte interesse per le grosse taglie. Sapete, oggetti grandi, vasi, cornici di dimensioni XL. Oggetti decisi, di carattere, che si staglino con evidenza nello spazio.

Cose grandi. Cose grandissime.

MAXIMIZE! – Parte prima

Less is a bore.

 

Sto per dire qualcosa di impopolare, ma insomma, bisogna che lo dica: l’arredamento minimalista comincia a darmi un po’ sui nervi. Perfino se lo vedo in foto. Perfino nella sua declinazione nordic. Comincia, ad, irritarmi.

 

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Studio Caroline Gomez

 

Parlo da amante frustrata, naturalmente. Per parecchio tempo ho orientato ogni mio singolo sforzo organizzativo verso quella meta (la meta del white cube abitabile) e, be’, ho fallito miseramente. Posso moltiplicare le sessioni di decluttering quanto mi pare, il fatto è che gli oggetti amati, lo zoccolo duro, inscalfibile degli oggetti che per nessunissima ragione andranno mai scartati, messi da parte in angoli bui o buttati (vedi alla voce Libri) continua ad essere troppo consistente. Ammettiamolo, esiste una soglia emotiva oltre la quale il decluttering non può spingersi senza trasformarsi in una mossa disperata di spersonalizzazione o di negazionismo autobiografico (= nego di aver mai potuto essere il tipo di persona che compra un oggetto simile).

La conclusione è la seguente (parlo a titolo strettamente personale): il minimalismo è un’utopia, una fottuta, malinconica utopia. Se come me vivete in un monolocale da più di un anno, vi sarete già ampiamente resi conto che è così. Per noi monolocalisti, quella contro il disordine e l’accumulo è una battaglia già persa in partenza. Per quanto oculati ed esigui siano i vostri possedimenti materiali, e nonostante tutte le strategie salvaspazio messe in pratica nel tempo – sappiate che alla materia e alla tridimensionalità non si scappa. E la materia e la tridimensionalità, come ben sapete, occupano spazio.

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Quindi, anziché deprimersi passando in rassegna tutte le immagini raccolte negli anni di appartamenti minimalisti, stracolmi di luce e di spazio negativo (i vuoti, questi benedetti vuoti tanto agognati e poi subito riempiti di roba) e disadorni di oggetti, potreste invece cominciare a guardare il posto in cui vivete con occhi nuovi. I pieni, concentratevi sui pieni.

Abitate nell’occhio del ciclone? Prendetene coscienza e fatevene una ragione.

Rovesciate i termini. Se invece che a una forma di sobrio minimalismo, ci dedicassimo a una forma di minimalismo eclettico? O addirittura a una forma di discreto massimalismo? Ve lo dico chiaro e tondo: potreste conservare quasi tutto.

Per quale ragione non vogliamo più possedere niente, o niente di più? Perché il troppo ci disorienta a tal punto?

Passiamo la vita a censurarci, a cassare le tracce più remote del nostro gusto personale in evoluzione. Passiamo la vita a sottrarre – ma cosa c’è dietro a tutto questo, quale nevrosi contemporanea? Una forma di nazismo identitario? Un dover-essere romantico? La ricerca di una purezza, di un’innocenza perduta per sempre? O anche questa, dopotutto, è solo una sofisticazione consumistica – e nient’altro?

Dovremmo rifletterci.

OLFACTORY AUTUMN

Tadaaan! Sono sopravvissuta. Più o meno. Mi sento vispa come un’ameba, ma insomma, sono viva.

(Vi prego di perdonare l’italiano solo apparente di questo post.)

In attesa di capire come sfruttare appieno le proprietà benefiche della papaya, che mi avete così prontamente consigliato giorni fa (illuminatemi, o voi che sapete), riprendo il filo di una questione accennata e subito sfumata nel post precedente. Ossia, parliamo un po’ di rituali anti-stress (ne, ho, bisogno). In particolare di profumi.

Quando sento che le forze mi stanno abbandonando, io sniffo profumi. Divento ipersensibile a livello olfattivo. Mi accanisco. Annuso tutto con foga canina, una mela prima di sbranarla, il succo d’arancia a colazione. Non avete idea di quanto possa essere inodore il mondo che abitiamo. In questo periodo per me è doveroso e sacrosanto accendere ogni sera almeno tre candele, di cui una profumata. Ne ho tantissime. Sono drogata di candele profumambiente. Care Byredo, Dyptique, Millefiori, Yankee Candles, sappiate che vi amo.

In questo post però non voglio parlare di candele, ma di dispositivi di profumazione vari ed eventuali, in realtà molto semplici, per il corpo e per la casa.

E quindi a seguire una breve & bizzarra rassegna in forma di wishlist di prodotti e oggetti profumosi che intendo regalarmi nei prossimi – mmh – 6 mesi.

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1. Chanel Coco Mademoiselle Eau de Toilette – Me l’hanno fatto annusare esattamente dieci secondi dopo che avevo acquistato il mio solito Coco, cazzo. Me ne sono innamorata all’istante. Proprio dell’eau de toilette: meraviglioso, sublime. Ebbene, dopo sei anni, sento l’esigenza di cambiare profumo. È sempre Chanel, quindi non si tratta di un vero e proprio tradimento, no?

2. Caudalie Olio Divino – Di nome e di fatto. Anche in questo caso, galeotto è stato il campioncino regalatomi per un altro acquisto. Mi piace passare dalla crema corpo all’olio e viceversa. Quindi, non appena avrò terminato (a malincuore) la mia adorata Sedna Agronauti (una linea di cosmetici che merita assolutamente un post dedicato, sì), comprerò l’olio Caudalie. È troppo buono, ti fa venire voglia di morsicarti gli avambracci.

3. Slow Design Olfactory Books – Passiamo alla casa. I libri olfattivi sono l’ultima genialata a firma Slow Design. Vi ho già parlato dei Libri Muti, ma la verità è che di questo brand io comprerei e promuoverei TUTTO. Cioè, l’avete visto lo shop online? Quello che più mi attizza di Slow Design è la sua capacità di muoversi al confine tra design e conceptual art. In particolare, ne converrete, questa ricerca performativa intorno alla sensorialità connessa all’oggetto-libro è poeticissima – e, per quel che mi riguarda, colpisce decisamente il mio immaginario. (Sono stata a Firenze una settimana fa con l’intento di comprare il libro olfattivo dedicato a Shakespeare, perché già me lo vedevo aperto e squisitamente profumato sul comodino aaaah, ma – ahimé – il mio limitatissimo budget si è esaurito in tempi record e insomma, sarebbe stato impossibile entrare da Slow Design senza portarmi a casa qualcosa e quindi, be’, ho rinunciato. Mi rifarò la prossima volta.)

4. 5. 6. Rituals Lotus Secret // Millefiori Floral Romance Spray d’ambiente // Byredo Bibliothèque Room SprayRituals: ecco una casa cosmetica e di profumazione che mi piacerebbe molto esplorare. Per cominciare, credo che comprerò un diffusore in sticks, quello al loto, da posizionare in bagno al posto del mio classico Millefiori Vaniglia e legni. Poi forse passerò alle candele, che sembrano deliziose. Per profumare l’ambiente principale della casa invece opterò per un vaporizzatore Millefiori (Legni e spezie? Floral Romance? Non ho ancora deciso), perché quando lui viene a cena da me, voglio che tutto sia perfetto. E un buon profumo arreda tanto quanto un oggetto di design. Certo, se potessi permettermelo, comprerei lo spray Byredo Bibliothèque. Ma son tempi duri. 

#MOODBOARD | MARZO

È in arrivo una stagione carica di foglie nuove, di muschio e cortecce madide di pioggia, di cieli tormentati che si aprono in schiarite improvvise. Una stagione verdeazzurra, rosa cherry blossom e color luce.

Ma siamo solo ai primi di marzo, quindi per adesso godiamoci questo tempo di mezzo, quest’inverno in fiore, che durerà appena un secondo.

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  1. Ellsworth Kelly, Plant Drawings
  2. Cécilia Jauniau via just a tree
  3. Djuna Barnes, La foresta della notte
  4. Saar Manche
  5. Ancora Ellsworth Kelly (vedi 1.). Sono follemente innamorata della sua opera grafica, in modo speciale di questa litografia (futuro white tatoo?), non posso farci niente.
  6. Candele profuma ambiente: la felce-muschiata Brooklyn Candle Studio/Fern + Moss; in alternativa: la legno-speziata Millefiori/Legni e spezie (adoro!), oppure la lussuosa Byredo/Tree House.
  7. via Lene Bjerre
  8. Carta da parati a motivi floreali SANDBERG Amalfi
  9. ancora Ellsworth Kelly (vedi 5. e 1.), riconoscibile.

#HOMETOUR | COURTHOUSE CONVERSION

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Da diverso tempo ormai aggiorno regolarmente una cartellina virtuale dal titolo ISPIRAZIONI PER UNA CASA FUTURA. All’interno ci lascio scivolare tutte le immagini di interni o di dettagli di design che colpiscono la mia immaginazione. Mi capita spesso di sfogliarla al mattino, mentre faccio colazione e dopo aver trascritto un sommario resoconto della mia vita onirica sul Traumbuch – e posso garantirvi che è un ottimo modo per lucidarsi lo sguardo.

E’ successo anche ieri, e non ho potuto fare a meno di chiedermi: perché non condividerle queste #ispirazioni?

E così, eccomi qui con un bel home tour fresco fresco di archiviazione.

Il progetto, indovinate un po’, si chiama Courthouse Conversion ed è stato realizzato a West Kensington da SIGMAR, duo al femminile con base londinese composto da Ebba Thott (interior designer) e da Nina Hertig (furniture specialist).

Il risultato – un mood ibrido tra contemporaneo e vintage – penso si commenti da solo.

Da ammirare a pupille dilatate.

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