MAXIMIZE! – Parte prima

Less is a bore.

 

Sto per dire qualcosa di impopolare, ma insomma, bisogna che lo dica: l’arredamento minimalista comincia a darmi un po’ sui nervi. Perfino se lo vedo in foto. Perfino nella sua declinazione nordic. Comincia, ad, irritarmi.

 

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Studio Caroline Gomez

 

Parlo da amante frustrata, naturalmente. Per parecchio tempo ho orientato ogni mio singolo sforzo organizzativo verso quella meta (la meta del white cube abitabile) e, be’, ho fallito miseramente. Posso moltiplicare le sessioni di decluttering quanto mi pare, il fatto è che gli oggetti amati, lo zoccolo duro, inscalfibile degli oggetti che per nessunissima ragione andranno mai scartati, messi da parte in angoli bui o buttati (vedi alla voce Libri) continua ad essere troppo consistente. Ammettiamolo, esiste una soglia emotiva oltre la quale il decluttering non può spingersi senza trasformarsi in una mossa disperata di spersonalizzazione o di negazionismo autobiografico (= nego di aver mai potuto essere il tipo di persona che compra un oggetto simile).

La conclusione è la seguente (parlo a titolo strettamente personale): il minimalismo è un’utopia, una fottuta, malinconica utopia. Se come me vivete in un monolocale da più di un anno, vi sarete già ampiamente resi conto che è così. Per noi monolocalisti, quella contro il disordine e l’accumulo è una battaglia già persa in partenza. Per quanto oculati ed esigui siano i vostri possedimenti materiali, e nonostante tutte le strategie salvaspazio messe in pratica nel tempo – sappiate che alla materia e alla tridimensionalità non si scappa. E la materia e la tridimensionalità, come ben sapete, occupano spazio.

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Quindi, anziché deprimersi passando in rassegna tutte le immagini raccolte negli anni di appartamenti minimalisti, stracolmi di luce e di spazio negativo (i vuoti, questi benedetti vuoti tanto agognati e poi subito riempiti di roba) e disadorni di oggetti, potreste invece cominciare a guardare il posto in cui vivete con occhi nuovi. I pieni, concentratevi sui pieni.

Abitate nell’occhio del ciclone? Prendetene coscienza e fatevene una ragione.

Rovesciate i termini. Se invece che a una forma di sobrio minimalismo, ci dedicassimo a una forma di minimalismo eclettico? O addirittura a una forma di discreto massimalismo? Ve lo dico chiaro e tondo: potreste conservare quasi tutto.

Per quale ragione non vogliamo più possedere niente, o niente di più? Perché il troppo ci disorienta a tal punto?

Passiamo la vita a censurarci, a cassare le tracce più remote del nostro gusto personale in evoluzione. Passiamo la vita a sottrarre – ma cosa c’è dietro a tutto questo, quale nevrosi contemporanea? Una forma di nazismo identitario? Un dover-essere romantico? La ricerca di una purezza, di un’innocenza perduta per sempre? O anche questa, dopotutto, è solo una sofisticazione consumistica – e nient’altro?

Dovremmo rifletterci.

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3 pensieri su “MAXIMIZE! – Parte prima

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