CARA SAILOR MOON

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Da bambina ho amato appassionatamente drammaticamente entropicamente Sailor Moon.

L’ho amata in simbiosi col videoregistratore della Philips, che ormai riposa in pace nel Walhalla delle Tecnologie Obsolete (Ciao Videoregistratore, hai riempito la mia infanzia di autentico giubilo).

Dicevo di Sailor Moon. Oscuro oggetto del desiderio per 5 stagioni. Poi l’ho persa di vista per, diciamo, bof – vent’anni. Fino all’altra notte, quando in preda all’insonnia ho capito che dovevo vederci più chiaro, perché evidentemente vent’anni non sono bastati per sopire la vicenda del sacrificio della suddetta eroina vestita alla marinara.

Per chi non lo sapesse (spoiler): alla fine della terza serie si compie la Spedizione Sacrificale di Sailor Moon, che si lancia impavida nel cuore di un buco nero, in una specie di pustola emisferica nero-fumo radioattiva, per salvare quell’adorabile emo di Sailor Saturn.

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In realtà, Sailor Saturn è un personaggio complessissimo&affascinante. Ma capite bene che affidare a una pre-adolescente sociopatica un potere immenso tremendo et sublime come il Potere della Distruzione (rendiamoci conto, questa se ne va in giro brandendo una falce! Mica un taglierino), può comportare dei rischi.

Sailor Saturn ad ogni modo si dimostra meno emo del previsto e si prende a cuore il destino del Pianeta Azzurro. Per salvarlo dalla minaccia del Faraone 90 e dal Regno del Silenzio, disporrà del suo Potere, auto-annientandosi insieme alla radice di ogni male (sì, be’, l’ha fatto anche Bruce Willis in Armageddon, direte voi, scetticoni. Ehi, ma qui c’è Sailor Moon a fare la differenza!).

Nella sua biondissima misericordia, Sailor Moon non può accettare l’immolamento di Sailor Saturn (che diamine, mica è lei la protagonista), e così, in un crepitio sinistro di scariche elettrostatiche, bzzz bzzz, la salva.

Ecco, questo flash di Sailor Moon con l’occhio spento che compare in mezzo alle polveri sottili e ai crateri prodotti dalla mistica battaglia stringendo il fagotto con la piccola Ottavia-Sailor Saturn neonata, non l’ho mai davvero dimenticato.

Non sono giorni facili nemmeno per me, cara Sailor Moon. Il potere della distruzione è un’eredità ingombrante per chiunque e il male (come il bene) ha sempre una natura ambigua.

Giorni in cui non leggo, non studio.

Quando si fa notte, mi assale la nostalgia per gli anime della Gainax. Mi scarico la serie completa di Nadia – Il mistero della pietra azzurra, Conan il ragazzo del futuro. I film di Miyazaki.

Riascolto a ripetizione vecchie sigle tv.

Compro un poster della Principessa Mononoke su ebay. Un Kodama fosforescente.

Perché non posso spostarmi per la città in groppa a un lupo albino con addosso la pelle di pecora dell’Ikea e nutrirmi di carne cruda e sanguinolenta?

Non sarebbe tutto più facile così? Altroché.

Mi convinco sempre più della necessità di risvegliare certe mitologie. E finisco risucchiata nel gorgo meccanico-vittoriano dell’immaginario steampunk.

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Scopro che esiste un arredamento steampunk, una specie di industrial vintage appena più raffinato. Profluvio di ingranaggi a vista e ferro battuto, vieni a me.

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Così dovevano essere gli interni del Nautilus, stipati di pesanti tute da palombaro di foggia ottocentesca e pietre acquamarina luminescenti incastonate in ogni dove a mo’ di lampade del risveglio (tra parentesi, grazie Philips, sempre tu, per aver prodotto la Wake-up Light e aver acceso il mio desiderio e scosso fortemente il mio inerte immaginario mattutino).

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Comunque, com’è che non ho mai letto Jules Verne? Com’è potuto accadere.

Può un’apparente regressione attivare il motore immobile di una evoluzione futura? Gli anime dicono sì, sì, sì.

E gli animatori nipponici di spiritualità se ne intendono.

Ottavia rinasce, e la vita può continuare.

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