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Ti fai una doccia al giorno perché ti senti sempre sporca pur non avendo toccato nulla e pensi con insistenza e crescente morbosità a Speculative Realism e compagnia bella. Brassier, Negarestani, Meillassoux. Due anni fa ti avevano mandato in corto il cervello, adesso ci riprovi, ma senza più cercare interlocutori inesistenti.

Pensi.

All’Inumano come Naturale, Terzo Paesaggio. Al brutalismo architettonico di un tronco pluricentenario. Alla cecità metafisica di un albero. Alla sua connessione irresolubile con l’infinito. Con l’universo. Alla luce solare come archetipo dell’alieno perché non è cosa di questo mondo. Al nostro trarre vita e sostentamento da una stella in eruzione. A come far gioco sulla contingenza. Pensi a come non pensare più a niente.

Accettare il tempo, l’usura dei giorni. Accettare il disastro, la decadenza dell’ecosistema e della memoria.

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Essere.

Diversamente.

E daccapo.

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E l’arte e gli affetti e le piccole cose iper-dettagliate di cui discorriamo tutti i santi giorni.

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Poi, noi da piccoli, a una distanza diversa dal terreno, meno complessa. Quell’odore fragrante di erba e terra smossa. Le mani che strappano ciuffi d’erba a tendini tesi. Le unghie sporche di linfa. Quell’odore così reale in mezzo a tutto. La luce calante sul giardino. L’infanzia che affonda in uno scenario stremato.

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Scendiamo ancora un gradino, ed ecco l’estraneità: accorgersi che il mondo è denso, intravedere fino a che punto una pietra sia estranea e per noi irriducibile, con quale intensità la natura, un paesaggio possano sottrarsi a noi. Nel fondo di ogni bellezza sta qualche cosa di inumano, ed ecco che le colline, la dolcezza del cielo, il profilo degli alberi perdono, nello stesso momento, il senso illusorio di cui noi li rivestivamo, più distanti ormai che un paradiso perduto. L’ostilità primitiva del mondo risale verso di noi, attraverso i millenni. […] Il mondo ci sfugge, poiché ritorna se stesso.” (Camus)

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I MIEI LIBRI PREFERITI DI NOVEMBRE

viv

 

Da bambina non mi sentivo una femmina. Mi sentivo asessuata. Poi partorii e mi crebbero le tette e mi sembrò di essere diventata una ragazza. La femminilità è scioccante. Le donne quando le abbraccio mi sembrano sempre più piccole e più morbide di quanto mi aspettassi. Anche se a guardarle non sembrano piccole e morbide. Quando mi crebbero le tette non riuscivo neanche per un attimo a dimenticarmi di averle. Erano una presenza nuova nel mio campo visivo e costringevano il mio corpo a occupare un altro piano nello spazio. Ma la mia mente era una ferita aperta. Era nera.

 

 

 

9780141197364

 

Let me tell you: I’m trying to seize the fourth dimension of the this instant-now so fleeting that it’s already gone because it’s already become a new instant-now that’s also already gone. Every thing has an instant in which it is. I want to grab hold of the is of the thing. These instants passing through the air I breathe: in fireworks they explode silently in space. I want to possess the atoms of time.

 

 

 

 

 

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1957

Being self-conscious. Treating one’s self as an other. Supervising oneself.

I am lazy, vain, indiscreet. I laugh when I’m not amused.

What is the secret of suddenly beginning to write, finding a voice? Try whiskey. Also being warm.

 

 

 

 

artful

 

Books need time to dawn on us, it takes time to understand what makes them, structurally, in thematic resonance, in afterthought, and always in correspondence with the books which came before them, because books are produced by books more than by writers; they’re a result of all the books that went before them. Great books are adaptable; they alter with us as we alter in life, they renew themselves as we change and re-read them at different times in our lives. You can’t step into the same story twice – or maybe it’s that stories, books, art can’t step into the same person twice […].

RAGAZZE VERDI

I live my part too — only I can’t figure out what my part is in this movie.

Edie Sedgwick in Andy Warhol’s Kitchen

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Londra. In primo piano, il volto inespressivo di una ragazza bionda. Avrà poco più di vent’anni, è americana e assomiglia in modo sorprendente a Jean Seberg (New York Herald Tribune!). Segni distintivi: un talento ammirevole nel passare inosservata; una preoccupante predisposizione all’annientamento. La personalità, un lusso per pochi. Costa troppo. Per qualcuno come Agnes è importante avere una firma nella vita. Agnes, fino a prova contraria, è la sua migliore amica, una fiammata di capelli rosso Tiziano, una femme fatale alla Ava Gardner. Agnes sa mettersi in posa a beneficio di un pubblico invisibile. Lei no. Una green girl, una ragazza acerba, in costante riconfigurazione, una firma non ce l’ha. Lei è nata per essere un’icona della rovina. Ruth lavora ai grandi magazzini, corpo tra corpi e immagini di corpi. È pagata per sorridere e per promuovere il profumo Desire. Desire? Desire? Le piacerebbe provarlo? Kate Zambreno, dal canto suo, è un’autrice sadica come poche altre. Ruth le ricorda le Barbie con le quali giocava da bambina. A quelle che amava di più riservava i trattamenti peggiori. Tagliava loro i capelli perché assomigliassero a Ken. Sottoponeva i loro corpi a fantasiose macchine di tortura. “Forse scrivere per me è un’estensione di quei giochi infantili. Ruth è la mia bambola. Spasimo per darle vita e per commettere indicibili atti di violenza contro di lei. Provo sprazzi di gioia di fronte alla sua sofferenza.” C’è qualcosa di mistico nel suo essere assolutamente niente, nel suo tendere asintoticamente al nulla, allo zero, al meno di zero, al vuoto, all’antimateria, a Dio. Ruth, come una santa dalle palpebre glitterate, che riceve la chiamata attraverso le pagine di Vogue. Ho fatto esperienza della perdita, tutto il suo corpo è teso verso questa confessione. Sarà Rhys, che la ama ma che rifiuta di toccarla, a parlarle di Caterina da Siena e di Teresa d’Avila, che sentiva le viscere disfarglisi a contatto con la freccia d’amore divino che l’aveva penetrata. (Che puttana, commenterà Agnes.) Ruth non vuole che i ragazzi siano carini con lei, vuole che siano delle bestie. Il sesso, l’ennesimo esperimento di autodistruzione. Un suicidio mascherato, un “mythical suicide”, ma senza rinascita. Voglio distruggerla. Voglio distruggere me stessa se questo distruggerà la cosa che ho dentro. L’eutanasia della giovinezza. Alla fine non si tratta che di questo: di trovare un modo per ratificare la propria sparizione mentre il nostro riflesso ci sfreccia ancora davanti su ogni vagone in transito della metro come su uno schermo cinematografico. Un attimo prima che il brulichio dei vivi ci divori. Mind the gap.

Kate Zambreno – Green Girl (Harper Perennials, 2014)

APOLOGIA DEL KINDLE

Tra le persone che conosco solo tre sono effettivamente a conoscenza di questo blog. So bene che divulgando la cosa, otterrei un consistente aumento di traffico qua sopra. Non perché le persone che mi conoscono mi stimino a tal punto da non potersi perdere una riga di quel che scrivo ma perché sono proprio le persone a noi più vicine le più avide di misurarsi con noi e di monitorarci. Sono sicura che scoprire questo blog accrescerebbe a dismisura la Curiosità Morbosa & il Cinismo & la Vanagloria altrui: Ma guarda questa. Ma non ci credo. Ma leggi qua.

Bene, sappiate che so. Sono perfettamente consapevole del fatto che siete tutti migliori di me, scrivete meglio, avete più titoli accademici, vite sociali più interessanti. Non ci vuole molto: sono una pessima persona, non so scrivere, non ho titoli accademici perché sono una fottuta autodidatta e dall’università ho preso solo ciò che mi serviva, non faccio vita sociale perché sono una pessima persona introversa et solitaria.

Comunque.

Comunque, delle tre persone-che-sanno, una è mia madre.

A mia madre devo il Kindle.

Quando anni fa ha cominciato ad attecchire la moda degli e-reader io ero una di quelli che ne sostenevano strenuamente la mostruosità. Sennonché, di anno in anno, centinaia di volumi andavano ad accumularsi nel mio monolocale, intasando il mio già esiguo spazio vitale. I libri non sono oggetti inerti, emettono strane vibrazioni, calde e avvolgenti oppure tossiche, sono tanti piccoli router accesi.

Per prima cosa li ho impilati in doppia fila sullo scaffale, che si è riempito. Ho appeso quattro mensole, che si sono riempite. Ho buttato via gran parte del mio guardaroba per fare spazio nell’armadio, ma si è riempito pure quello. Mi sono procurata diversi scatoloni da riporre sotto al letto, e il sotto-letto si è riempito. Non restava che il nudo pavimento.

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A quel punto le mie resistenze nei confronti dell’e-reader erano già molto meno granitiche.

Il Kindle ha fatto ingresso nella mia vita di lettrice un paio di anni fa. Già da qualche anno mia madre era la radiosa proprietaria di un e-reader Sony bianco, che, tra parentesi, è veramente fico perché puoi sottolineare e annotare con un pennino, non come col Kindle che al massimo ti permette di evidenziare in grigio, però il Kindle Paperwhite è retroilluminato e il Sony no, devi pinzarci un led per leggere in condizioni di scarsa luminosità, aspetto da non sottovalutare. Grazie alle sue amiche anobiiane, mia madre aveva accumulato a costo zero migliaia di ebook (giuro che non è un’iperbole), che teneva gelosamente archiviati su una chiavetta usb, prontamente duplicata perché non si sa mai. Me la sventolava spesso sotto il naso, Vedi questa, è una Feltrinelli – e può essere tuuuua!

In effetti era proprio così. Quando andavamo in libreria e io me ne uscivo con un Ah, questo dev’essere bello, ne ho sentito parlare, lei esclamava Ce l’ho! E io mi mettevo a fissarla.

A volte la guardo mentre fa chunky knitting e penso che questa donna deve avere una vita segreta di cui io sono all’oscuro. Qualche torbido contatto con la CIA.

Ma compratelo ‘sto Kindle, mi diceva. Però, ecco, non era ancora il momento giusto, avevo una crisi di coscienza, dovevo rifletterci, non sapevo, non volevo ecc.

Così una mattina me l’ha sbattuto sul tavolo, dicendomi Toh, Crisidicoscienza.

A quel punto ho cominciato a usarlo ed è scattata la dipendenza.

Non ha senso vivere l’acquisto del Kindle come una presa di posizione ideologica (I lettori veri leggono su cartaceo). La lettura digitale non esclude la lettura tradizionale, la potenzia. È la combinazione di queste due tecnologie, e-reader e libro, a rivelarsi davvero efficace. Molti libri li “assaggio” sul Kindle e se sento che ne vale la pena li compro cartacei, in caso contrario, be’, risparmio un sacco di bei soldini. Acquisto molti ebook su Amazon, soprattutto americani. Perché in quel caso il risparmio è sensibile: spesso a fronte di una brossura da 20 euro, l’ebook ne costa 8 – e ti risparmi pure le spese di spedizione. In più, lo sapete, ci sono tonnellate di ebook contrabbandati in rete da lettori generosi (scaricare illegalmente è sbagliatissimo orrendo fa diventare ciechi non fatelo mai)– e il formato non è un problema: se li trovate in .epub, vi scaricate Calibre e potete convertirli facilmente in formato .mobi.

Per una che maneggia abitualmente molti volumi in contemporanea, il Kindle si rivela la soluzione ideale.

Allo stato attuale delle cose, io e il Kindle (che si dice proprio /kindle/, dall’inglese to kindle = accendere, mi raccomando, e non /kaindle/, come capita di sentire) viviamo in perfetta armonia. Ammetto però che il nostro rapporto non è stato sempre privo di ombre.

Inizialmente, ci leggevo solo saggi perché temevo che la lettura digitale sottraesse qualcosa all’esperienza di lettura, temevo quel senso di gratificazione imperfetta, lo stesso che si prova a fumare una MS light quando si è abituati alle Camel. Mi sembrava di non riuscire a cogliere perfettamente la forma delle parole, come se l’occhio ci scivolasse sopra troppo rapidamente, mettendo in atto un automatismo di lettura mutuato dal web. Ma tutto sommato credo che ci si possa adattare, magari concentrandosi un po’ di più.

Grazie, mamma.

TRISTAN TZARA – CONFERENZA SU DADA

“Quando si è poveri di spirito, si possiede un’intelligenza sicura e solida, una logica feroce, un punto di vista irremovibile. Cercate di essere vuoti e di riempire le vostre cellule cerebrali come viene viene. Distruggete sempre quel che avete dentro di voi. A seconda degli incontri che fate. Solo così potrete capire molte cose.

ManRayTristanTzara1921

[…] Quel che vogliamo adesso è la spontaneità. Non perché sia più bella o migliore del resto. Ma perché tutto ciò che esce liberamente, da noi, senza l’intervento di idee speculative, ci rappresenta.

[…] Il Bello e la Verità non esistono in arte; quel che mi interessa è l’intensità di una personalità, trasposta direttamente, chiaramente nella sua opera, l’uomo e la sua vitalità, il suo punto di vista e la maniera con cui sa raccogliere nel cestello della morte le sensazioni e le emozioni, questi merletti di parole.

[…] Nessuna logica a priori. Ma necessità relative, scoperte a posteriori, valide non dal punto di vista dell’esattezza, ma come spiegazioni.

Gli atti della vita non hanno principio, né fine. Tutto avviene in modo molto stupido. Per questo, tutto è lo stesso. La semplicità si chiama dadà.

wasIstDada

Voler conciliare uno stato inesplicabile e momentaneo con la logica mi pare un giochetto molto divertente.

[…] Quel che interessa un dadaista, è il suo personale modo di vivere.”

LA TRAMA. IL PLOT. BEL CASINO

Non ci so fare con questa roba, né mi suscita particolare interesse nei libri che leggo. Mai letto un libro per la “trama avvincente”, per capirci.

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Un tizio a cui avevo fatto leggere un mio racconto mi disse, secco: Non c’è trama, non aggancia. Non vedevo quale fosse il problema. Ma una trama deve esserci, si era scaldato. Io da lettore voglio scoprire chi è l’assassino, sempre, anche se non ci sono di mezzo omicidi, mi capisci. Il punto di domanda aveva aleggiato per qualche secondo nella stanza poi si era dissolto. La verità è che non lo capivo affatto.

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Ho imparato a diffidare dalle menti economiche o troppo econome, da chi sostiene che il raggiungimento dell’obiettivo è la cosa più importante (il prezzo umano: trascurabile), dalle persone che nella gestione della loro vita non contemplano nessuna fonte di spreco.

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Io credo molto nello spreco, ma preferisco chiamarlo eccesso. Mi sento lusingata quando le persone mi definiscono eccessiva, a prescindere dalla nota recriminatoria che percepisco nella loro voce. Ho rivendicato il diritto all’eccesso in ogni settore della mia esistenza: eccessiva nelle passioni, eccessiva nelle idee e nelle conseguenti prese di posizione.

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(Ma anche: eccessiva nel senso di superflua, in eccesso appunto, di troppo: fuori dai giochi, fuori luogo, fuori di testa. Espressioni comuni che per me significano qualcosa.)

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Le trame sono cose da fascisti”, scrive Lorrie Moore, che non amo alla follia ma in questo non posso che darle ragione.

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Mi piacciono i libri in cui avverto che l’autore si è abbandonato a ciò che doveva succedere senza intervenire più di tanto: ha sentito e non pensato lo sviluppo degli eventi, l’intreccio dei materiali.

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Credo di aver fatto di tutto perché la mia vita non avesse una trama. E se l’ha avuta, se ce l’ha, è talmente sottile che basta posare malamente un coltello sul tovagliolo per smagliarla irreversibilmente.

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Siamo seri, la vita non ha trama. Siamo stati tutto e abbiamo vissuto ogni vita possibile, ne peschiamo una dal mucchio e facciamo finta che sia andata a quel modo. Se poi siamo portati per gli auto-inganni, finiamo per convincercene davvero. Finché non salta fuori un quaderno una lettera un testimone oculare o che so io, a ribadire la sua verità fuori assetto. Ed ecco che il nostro curatissimo palinsesto autobiografico collassa rovinosamente. Perché le storie che ci tengono in vita sono troppe, e spesso si negano a vicenda.

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Quale forma può avere un vita? È un quadrato, un cerchio, una linea retta?

Ultimamente sono propensa a immaginarmela così:

 Kandinsky

“costituita da tante piccole vite complete, da cerchi interi, conchiusi, che si isolavano gli uni dagli altri”. Siamo a pagina 96 di Vicino al cuore selvaggio di Clarice Lispector.

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“Era sempre inutile essere stati felici o infelici. E anche aver amato. Nessuna felicità o infelicità era stata tanto forte da aver trasformato gli elementi della propria materia, dandole una direzione unica, come dev’essere il cammino vero. Non faccio che inaugurarmi, aprendo e chiudendo cerchi di vita, buttandoli da parte, appassiti, pieni di passato. Perché così indipendenti, perché non si fondono in un blocco solo, a farmi da base? È che erano troppo integrali. Momenti così intensi, rossi, condensati in se stessi da non aver bisogno di passato né di futuro per esistere. Possedevano una conoscenza che non serviva come esperienza – una conoscenza diretta, più come sensazione che come percezione. Allora la verità scoperta era tanto verità da non poter sussistere se non nel suo recipiente, nel fatto stesso che l’aveva provocata. Così vera, così fatale che vive solo in funzione della propria matrice. Una volta finito quel momento di vita, anche la verità corrispondente si esaurisce. Non posso modellarla, farle ispirare altri momenti uguali. Quindi niente mi costringe.”

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Epilogo. L’identità dell’assassino non è mai saltata fuori. Qualcosa mi dice che resterà latitante a vita.

MAPPE

Una volta la poetessa Elisa Biagini mi disse che un buon metodo per contrastare la malinconia era concludere piccole cose. Quella bozza di racconto abbandonata a metà: completala. Quella telefonata che rimandi di giorno in giorno: falla. Piccole cose, operazioni minime ma concrete per disfarsi del disordine in accumulo. Materializzare l’anti-materia, dare voce all’indicibile: per sbarazzarsene. Per ripristinare una quinta di silenzio nella mente, prima che si saturi di nuovo di informazioni caotiche e di distorte campionature ambientali. Avevo capito.

Piccole cose. Me lo disse mettendomi in mano una spilla con un verso di Adrienne Rich.

Nel pomeriggio avevamo passeggiato a lungo nel Parco Stibbert di Firenze. Un giardino romantico aperto al pubblico antistante la residenza privata, ora trasformata in museo, di un eccentrico collezionista inglese dell’Ottocento con la passione per i viaggi e le chincaglierie esotiche. Sedute su una panchina, avevamo contato i gatti che ci passavano accanto, e parlato di uomini. Era un periodo difficile per entrambe.

The words are maps. Il verso stampato sulla spilla diceva che le parole sono mappe. Ci ho ripensato spesso in seguito. Al culmine del disorientamento, mi sono sempre rivolta alle parole per trovare una via d’uscita – o una via d’accesso. Sul filo delle parole ho allestito topografie mentali, edificato città invisibili, scenari alternativi.

Anche per questo mi ha entusiasmato scoprire il LabLitArch (Laboratorio di Architettura Letteraria) grazie a un bellissimo articolo di Vincenzo Latronico apparso su IL Magazine. Fare critica letteraria attraverso il montaggio di moduli architettonici. Spazializzare il testo letterario, modellizzarlo, farne un plastico.

LabLitARch Ulysses Katherine Treppendahl

Ulysses – Katherine Treppendahl

Rileggerlo così, passando da una stanza all’altra, camminandoci all’interno, anche se solo col pensiero. Un progetto a dir poco stimolante.

Ancora una volta: l’ibridazione dei linguaggi come vettore di cambiamento.

Facciamo critica letteraria con l’architettura. Organizziamo un romanzo come un percorso espositivo. “Concepisco il romanzo essenzialmente come una forma curatoriale“, scrive Ben Lerner, “come un genere che assimila e arrangia e drammatizza incontri con altri generi: poesia, critica e così via.” Facciamo critica d’arte parlando di cosa abbiamo mangiato ieri sera a cena. Facciamo ficto-criticism. Disperdiamo la narrazione delle nostre vite sui social e creiamo un transmedia storytelling.

Ecco, tutto questo, tutto questo mi appassiona maledettamente.