ALCUNE COSE BELLE CHE SONO ENTRATE A FAR PARTE DELLA MIA VITA

Volevo parlarvene da tempo ma per un motivo o per l’altro non mi sentivo mai in vena di farlo. Vuoi perché i cambi di stagione mi ammazzano, vuoi perché il mio livello di espansività aveva toccato i suoi minimi storici. Purtroppo mi capita spesso di scoraggiarmi e di chiedermi in tutta onestà cosa diamine ci faccio qua sopra, che senso abbia scrivere su un blog, soprattutto mi chiedo che senso possa avere tutto questo per una persona di indole introversa. Mi sto obbligando a farlo? In un certo senso, sì. La ragione ve l’ho spiegata un numero incalcolabile di volte. Sappiate in ogni caso che perfino all’apice della mia peggiore crisi di misantropia, io ci tengo a voi, Impavidi 114 Lettori della fulgida genia di WordPress – e anche a voi, ci tengo, cari 13 di Facebook che mi (non) seguite con ammirevole discrezione, e ci tengo perfino a voi, Visitatori Anonimi, siete i benvenuti.

Comunque.

Negli ultimi mesi si sono registrati svariati episodi di generosità a vantaggio della sottoscritta (era il mio compleanno, era Natale, era un mesiversario, era quel cazzo che vi pare, ogni occasione è buona per farmi un regalo – tranne che: a San Valentino e per la Festa della Donna, due ricorrenze che non sono in nessun modo contemplate dal mio calendario). Tre quarti delle cose belle che ho ricevuto me le ha regalate lui. Vi sembrerà bizzarro, ma c’è qualcuno che da quasi 5 anni mi ama.

 

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CUFFIE BOSE SOUNDLINK. Ecco, queste bellezze provengono appunto da lui. Non sapevo nemmeno di desiderarle finché non me le ha regalate. La caratteristica più impressionante di queste cuffie wireless è la funzione Noise Cancelling, cioè la loro capacità di isolamento acustico per un’esperienza di suono letteralmente immersiva. In pratica, le metti e improvvisamente ti ritrovi sott’acqua. Con una carica vanno avanti per settimane anche se sottoposte a un utilizzo intensivo, che non è poco. In più il design Bose mi piace un casino perché è terribilmente tecnico, sono fatte di nylon rinforzato con fibra di vetro e acciaio inossidabile, in una parola: sono infrangibili – con le Bose addosso mi sento una via di mezzo tra una cyber-mistica sorda al mondo e una discendente di Jodie Foster in Contact. Naturalmente, ho tralasciato l’aspetto più performante ma mi sembra talmente ovvio: la qualità del suono è a dir poco sbalorditiva, specialmente se valutata la fascia di prezzo. Come ho già detto altrove, in breve tempo sono diventate le mie più fedeli compagne di binge-watching. (Procedo un po’ a rilento, in realtà, ma lasciatemelo dire: la seconda stagione di X-Files spacca. Ormai non posso non annoverare questa serie tra le mie preferite di sempre, sta scalando la classifica in tempi record e attualmente si trova un mezzo gradino al di sotto di Lost, cioè vicinissima al Primo Posto. Rassicuratevi: non vi parlerò di X-Files ancora per molto, mi mancano solo ahem 8 stagioni).

CANDELA DICE KARTELL FRAGRANCES. Non ero a conoscenza di questa linea di candele profumate, quindi mi ha sorpreso moltissimo riceverla. Che dire? È bellissima, interpreta plasticamente l’annoso dilemma della quadratura del cerchio e ha una profumazione indefinibile e opulenta, estremamente incisiva. L’ho accesa tutte le sere per un certo periodo. Ma adesso che è rimasto solo il fondo mi dispiace consumarla del tutto, e quindi mi limito a contemplarla e ad annusarla da spenta. Esiste un termine specialistico per designare la Paura di Dimenticare? Amnesifobia? La necessità di ricordare TUTTO, di trattenere il ricordo di ogni singolo istante vissuto, è sicuramente uno dei moventi più tenaci e drammatici della mia vita diurna. È la ragione per cui mi ostino a conservare flaconi di profumo vecchissimi – esauriti ma mai fino all’ultima goccia – perché se li scapocchio mi riportano ancora alla mente il periodo in cui li indossavo (su, da Marilyn in poi, i profumi si indossano).

DANIEL WELLINGTON SHEFFIELD 36MM. Non so bene per quale ragione abbia sentito l’impulso di comprarmelo, forse perché era in superofferta su Amazon ByVip, o forse perché certi messaggi subliminali di Instagram e Pinterest vanno più a fondo di altri (nessuno uscirà indenne dal panopticon di Instagram). Non lo so. Il mistero si infittisce se consideriamo poi che ho comprato la versione con cornice in oro rosato. O-ro-ro-sa-to, capite? Mmh. Be’, comunque è elegantissimo, fin troppo, forse. È una specie di gioiello che in più ti dice l’ora anche se io in modo automatico guardo comunque sul telefono. Mettiamola così, è un incentivo di tutto rispetto per riattivare una gestualità ormai in disuso. Quella che consiste nel compiere una lieve torsione del polso per mettere in luce il quadrante e un paio di lancette meccaniche.

IPHONE 7. Regalo di compleanno dei miei evaso in differita. Mia madre, in particolare, da anni si cala ciclicamente nei panni della subdola tentatrice: Gioia, se lo vuoi, la mamma te lo compra. E io, ectoplasma irrorato all’improvviso da litri e litri di sangue, vacillavo per un secondo ma poi rispondevo Naaah, l’iPhone è roba da teenager smanettoni, poi costa troppo. La verità è che l’iPhone così come l’abbiamo conosciuto negli ultimi anni non mi ha mai detto un granché. Tutti quei soldi li avrei sborsati solo per il Dispositivo Tecnologico Perfetto e secondo i miei standard estetici e funzionali l’iPhone 5 era perfettibile, il 6 poteva quasi andare ma aveva ancora le profilature d’acciaio a contrasto. Quindi, nay. Nel frattempo tuttavia il mio amatissimo Samsung Galaxy sII Plus, dopo un tre anni di piena efficienza operativa (mai sottovalutare Android) cominciava a mostrare i primi segni di cedimento a livello di software, praticamente mi stava rantolando in mano. E siccome lo smartphone mi è indispensabile sul lavoro, ho iniziato a sentirmi in ansia ogni volta che ero di turno. Poi, un bel giorno, nel corso di uno dei miei tour perlustrativi da Unieuro/Euronics/Trony/Expert ecc. – credo di essermeli fatti tutti – in cerca di promozioni utili, ho cominciato ad occhieggiare con crescente insistenza l’iPhone 7, che se ne stava lì, sotto un’urna di cristallo come Biancaneve. Dopo ripetute ricerche online sono arrivata alla conclusione che avevo trovato la perfezione in forma di smartphone. E mi sono convinta che anche solo per il design valeva tutti quei cazzo di soldi. Rivedo la scena, io che con la testa ciondoloni mi tormento Non so, non so – e accanto a me i miei che esclamano Ma sì, ma sì, a parte il Momo sei la nostra unica figlia. A quel punto ho aperto a fessura un occhio, e quell’occhio brillava di una luce sinistra.

Eccolo qui, lo sto guardando proprio in questo momento. E niente, sembra fatto apposta per gratificare il mio apparato percettivo. E’ integralmente nero e quando dico integralmente nero intendo in ogni sua singola componente, e il case è opaco – ripeto opaco, è sottile, ergonomico e dannatamente solido. E’ il monolite di Kubrik. E’ l’oggetto più somigliante a un manufatto alieno che mi sia capitato di vedere in giro.

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THE TRUTH IS OUT THERE

Ok, basta farfugliamenti esistenziali. No spoiler.

La cosa bella di quando si è malati è che si può stare per giorni interi sotto il piumone beatamente incuranti del prossimo (perché è il prossimo in teoria che dovrebbe occuparsi di noi) senza inutili sensi di colpa.  Ho acceso il proiettore 2 giorni fa e se mi è capitato di spegnerlo è stato solo per evitare che prendesse fuoco per surriscaldamento, e per andare al lavoro (sì, con la febbre, succede, sapete).

Comunque, tra un Fluimucil e una Vivin C, e tra una crisi letargica e l’altra, sto finendo di vedere la prima stagione di X-Files. Ebbene sì.

Finalmente sto associando un immaginario coerente a quella sigla assurda sputtanata ovunque.

Ora, affrontiamo un secondo la questione Serie TV Cult Anni Novanta. Perché se è molto facile schierarsi dalla parte dell’agente Dale Cooper, un gesto pressoché naturale per qualsiasi individuo filmicamente svezzato, infinitamente più complesso risulta esprimere il proprio apprezzamento per l’agente Fox “Spooky” Mulder.

Sappiate che io gli voglio un casino di bene proprio perché è così sfigato.

(Per la cronaca: sua sorella è sparita misteriosamente quando lui era solo un ragazzino trasformandolo in un condotto di forze sconosciute – sentiva le voci! Le sente ancora? – e traumatizzandolo al punto tale da farne in età adulta un workaholic dedito all’archivio compulsivo e all’occasionale riapertura di casi irrisolti e inspiegabili – gli X-files! – nonché un contributor sotto pseudonimo di testate specializzate in occultismo. – Pensavo che nessuno ci avesse fatto caso. – C’è sempre qualcuno che ci fa caso.)

Che ci vuole ad amare Twin Peaks? (Lo amiamo tutti!) C’è lo zampino autoriale di Lynch, almeno nella prima stagione, c’è la colonna sonora di Angelo Badalamenti che abbiamo imparato ad amare fin dalla più tenera età grazie a una qualsiasi compilation newage (il Twin Peaks Theme c’era sempre, sempre!), c’è l’alter ego lynchiano per antonomasia Kyle MacLachlan (Dune, Velluto Blu, you know), ci sono i dialoghi e i frame enigmatici da decriptare (sarà che abbiamo visto Mulholland Drive troppe volte ma la naiveté aurorale di Lynch non ce la beviamo), il misticismo, l’amore impossibile tra Cooper e Audrey (un personaggio orribilmente deturpato/normalizzato nella seconda stagione), il caffè nero, la meditazione a testa in giù e i report su nastro magnetico di Cooper (Diaaane…). Insomma, è troppo facile, ammettiamolo.

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Ma l’agente Mulder, da che mondo è mondo, chi se lo fila?  La dottoressa Gruber ehm Scully non vale. Lei è cotta fin dalla prima proiezione di diapositive cui Mulder l’ha sottoposta nel suo ufficio-ripostiglio sotterraneo ma ancora non lo sa.

Insomma, chi?

Ecco. Ecco perché io voglio credere (in Mulder).

+

Che poi, chissà per quale ragione, io sono cresciuta con la percezione involontaria di due agenti dell’FBI vecchi e stanchi. Cioè, X-Files mi è sempre sembrato un telefilm per gente attempata desiderosa di immedesimarsi in protagonisti altrettanto attempati. Invece, incredibile!, Mulder&Scully sono giovani! Lui ha 33 anni, lei forse qualcuno in meno: praticamente siamo coetanei. Sono ancora sotto shock. (Sto anche riflettendo sul fatto che agli occhi di una bambina di 6 anni io appaio come una donna attempata vecchia e stanca.)

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La prima stagione lascia un po’ spiazzati. Risente moltissimo dell’incertezza del futuro, del suo stesso futuro, a livello di produzione e di scrittura. È concepita come una lunga, a tratti estenuante, teoria di episodi autoconclusivi. A me ricorda tantissimo certe raccolte di racconti di Stephen King. Le atmosfere sono molto simili. Si affonda con piacere nello stereotipo di genere, in un montaggio perfetto di cliché narrativi e cinematografici, per poi lasciarsi catturare da un dettaglio infinitesimale e del tutto inaspettato, un punctum, un vertice di scoordinazione assolutamente violento e fatale che rimescola tutte le carte in tavola e ti intrippa fino alla fine dei tempi. Può nascondersi nella battuta di un dialogo, un termine tecnico che non ti aspettavi, in un elemento d’ambiente, in un capo d’abbigliamento, persino. Insomma, il punctum è lì e ti precede da sempre e arriva sempre il momento in cui ti si rivela e tu decidi così di continuare la visione perché ti senti afferrato impigliato posseduto da quella rivelazione di cui non sospettavi minimamente l’esistenza. Come nei racconti di King tutto torna eppure niente torna o torna in maniera ambigua e l’ambiguità non riguarda mai ciò che ti aspetti ma sempre qualcos’altro (sto un tantino esagerando, ok). 

Non so nulla della seconda stagione, non spoileratemela, please. Forse sarà un’altra raccolta di racconti, o forse, questa volta, a fronte del successo ottenuto, prenderà – avrà preso? i tempi verbali si complicano maledettamente parlando di una prospettiva futura realizzatasi in un passato che sarebbe stato il mio presente del futuro – la forma di un romanzo, io mi godo l’incertezza sotto le coperte, appallottolando un kleenex dopo l’altro e sorbendo tisane dai nomi significativi (“Gioia di vita”).

OLFACTORY AUTUMN

Tadaaan! Sono sopravvissuta. Più o meno. Mi sento vispa come un’ameba, ma insomma, sono viva.

(Vi prego di perdonare l’italiano solo apparente di questo post.)

In attesa di capire come sfruttare appieno le proprietà benefiche della papaya, che mi avete così prontamente consigliato giorni fa (illuminatemi, o voi che sapete), riprendo il filo di una questione accennata e subito sfumata nel post precedente. Ossia, parliamo un po’ di rituali anti-stress (ne, ho, bisogno). In particolare di profumi.

Quando sento che le forze mi stanno abbandonando, io sniffo profumi. Divento ipersensibile a livello olfattivo. Mi accanisco. Annuso tutto con foga canina, una mela prima di sbranarla, il succo d’arancia a colazione. Non avete idea di quanto possa essere inodore il mondo che abitiamo. In questo periodo per me è doveroso e sacrosanto accendere ogni sera almeno tre candele, di cui una profumata. Ne ho tantissime. Sono drogata di candele profumambiente. Care Byredo, Dyptique, Millefiori, Yankee Candles, sappiate che vi amo.

In questo post però non voglio parlare di candele, ma di dispositivi di profumazione vari ed eventuali, in realtà molto semplici, per il corpo e per la casa.

E quindi a seguire una breve & bizzarra rassegna in forma di wishlist di prodotti e oggetti profumosi che intendo regalarmi nei prossimi – mmh – 6 mesi.

profumi

1. Chanel Coco Mademoiselle Eau de Toilette – Me l’hanno fatto annusare esattamente dieci secondi dopo che avevo acquistato il mio solito Coco, cazzo. Me ne sono innamorata all’istante. Proprio dell’eau de toilette: meraviglioso, sublime. Ebbene, dopo sei anni, sento l’esigenza di cambiare profumo. È sempre Chanel, quindi non si tratta di un vero e proprio tradimento, no?

2. Caudalie Olio Divino – Di nome e di fatto. Anche in questo caso, galeotto è stato il campioncino regalatomi per un altro acquisto. Mi piace passare dalla crema corpo all’olio e viceversa. Quindi, non appena avrò terminato (a malincuore) la mia adorata Sedna Agronauti (una linea di cosmetici che merita assolutamente un post dedicato, sì), comprerò l’olio Caudalie. È troppo buono, ti fa venire voglia di morsicarti gli avambracci.

3. Slow Design Olfactory Books – Passiamo alla casa. I libri olfattivi sono l’ultima genialata a firma Slow Design. Vi ho già parlato dei Libri Muti, ma la verità è che di questo brand io comprerei e promuoverei TUTTO. Cioè, l’avete visto lo shop online? Quello che più mi attizza di Slow Design è la sua capacità di muoversi al confine tra design e conceptual art. In particolare, ne converrete, questa ricerca performativa intorno alla sensorialità connessa all’oggetto-libro è poeticissima – e, per quel che mi riguarda, colpisce decisamente il mio immaginario. (Sono stata a Firenze una settimana fa con l’intento di comprare il libro olfattivo dedicato a Shakespeare, perché già me lo vedevo aperto e squisitamente profumato sul comodino aaaah, ma – ahimé – il mio limitatissimo budget si è esaurito in tempi record e insomma, sarebbe stato impossibile entrare da Slow Design senza portarmi a casa qualcosa e quindi, be’, ho rinunciato. Mi rifarò la prossima volta.)

4. 5. 6. Rituals Lotus Secret // Millefiori Floral Romance Spray d’ambiente // Byredo Bibliothèque Room SprayRituals: ecco una casa cosmetica e di profumazione che mi piacerebbe molto esplorare. Per cominciare, credo che comprerò un diffusore in sticks, quello al loto, da posizionare in bagno al posto del mio classico Millefiori Vaniglia e legni. Poi forse passerò alle candele, che sembrano deliziose. Per profumare l’ambiente principale della casa invece opterò per un vaporizzatore Millefiori (Legni e spezie? Floral Romance? Non ho ancora deciso), perché quando lui viene a cena da me, voglio che tutto sia perfetto. E un buon profumo arreda tanto quanto un oggetto di design. Certo, se potessi permettermelo, comprerei lo spray Byredo Bibliothèque. Ma son tempi duri. 

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C’è che spesso la notte non riesco a dormire. Notti bianche a gogo. Quei dannati pensieri-matrioska. Nidiate intere di pensieri-matrioska da sterminare sul nascere. Pensieri escheriani, ricorsivi, orribilmente cantilenanti. Come tenerli a bada? Come riconquistare il diritto all’oblio e a una sana attività onirica?

Stornando l’attenzione su qualcos’altro. Attivando una mente alternativa. Dedicandosi a un’occupazione prettamente manuale.

Non pensare all’orso bianco, non pensare all’orso, non pensare, non.

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Strategia #1: mettersi in ascolto delle tubature dell’acqua o di altre sonorità aliene. L’ambiente domestico è pieno di paesaggi acustici in fluttuazione. Ci sono notti in cui sento distintamente una voce femminile nei condotti di ventilazione del bagno. (- Dev’esserci una sirena incastrata nella ventola. – Tesoro, sai cos’è il TSO?)

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Oppure:

Strategia #2: pulire casa. Strofinare e strofinare e strofinare, fino a che non ne puoi più, fino a consumarti le unghie.

Oppure:

Strategia #3: disegnare sull’iPad.

Coi vantaggi di non poco conto che: a) non intacchi la manicure; b) non rischi di turbare la quiete notturna dei vicini (tre bicchieri rotti in tre notti, due dei quali involontariamente).

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Nel coacervo di app disponibili, ne ho isolata una abbastanza minimalista (ok, abbastanza rudimentale) da piacermi. Si chiama Sketches, è gratuita e mi sta strappando preoccupanti squittii di entusiasmo (oltre a qualche significativo sbadiglio).

DESIDERATA // FEBBRAIO 2016

In mancanza di soldi da investire in cosebelle (miei cari, se qui non salta fuori un lavoro, fino al prossimo dicembre la vedo magra: mi toccherà scrivere di Libri e di Cose Spirituali®), non resta che desiderare.

+ Tillandsia. Voi non avete idea di quanto mi piacciano queste piantine aeree e prive di radici. I miei himmeli non aspettano altro che di accoglierle. (Vi ho mai parlato degli himmeli? Ma soprattutto: vi ho mai parlato della mia passione per le piante d’appartamento? Mi sa di no. Male, molto male.)

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Per inciso: io sono sempresempresempre alla disperata ricerca di vasi/portavasi/coprivasi CARINI. Qualsiasi suggerimento in merito è altamente gradito (tanto non rispondete MAI ai miei accorati appellli, cattivoni, mi tocca fare sempre tutto da sola). Su etsy ce ne sono di bellissimi, sbaviamo insieme.

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Da sinistra in senso orario: WoodenBorough – Sortlondon -KadabrosFelt – NPCreativeAU


 

+ Libri Muti Slow-design. Meravigliosi geniali desiderabilissimi Libri Muti. Perché non siete miei? Nella mia nemmeno-troppo-velata-e-preoccupante-megalomania ho sempre aspirato a riscrivere l’Amleto

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+ Helsinki Loudspeaker Vifa. Sì, ho già il mio amatissimo Bose, ma questo, voglio dire, questo sembra una borsa, perdio! E’ rivestito in tessuto e ha il manico di cuoio. Non voglio nemmeno sapere quanto costa. 399 euro. Bah.

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+ Human+Kind Facial Cleanser. Vorrei tanto provarlo (si trova da Sephora). In omaggio c’è la salvietta miracolosa (più miracolosa della spugna di konjac? Mmh). Ok, lo skincare mi ha un po’ preso la mano, ma è così, così… piacevole. Sto provando un sacco di prodotti e, se non mi si consuma prima la faccia, ve ne parlerò presto.

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+ Smalto grigio opaco. Non so perché ma mi è presa la fissa dello smalto grigio. Ultimamente sto usando spesso il numero 77 della Essie, ma: 1) non è propriamente grigio acciaio, è più un grigio lavanda cupo; 2) non è opaco, quindi non vale. Non è che avreste qualche marca da consigliarmi allo scopo? (Silenzio)

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L’EPICA DELLA DETERSIONE PERFETTA

Prologo. Qualche tempo fa ho fatto una scoperta raccapricciante. Ho rinvenuto tracce di BB Cream sulla federa Ikea del mio guanciale (guanciale) e sono rimasta pietrificata. Perché quello strano fenomeno aveva una sola spiegazione. La fase finale della mia beauty routine, la delicatissima fase deputata alla Rimozione del Trucco, la sera prima, non era stata completata con successo: le salviette struccanti Acqua alle Rose Roberts avevano fallito la loro missione.

Non riuscivo a crederci. Ma come, dopo anni di tronfia superiorità millantata con chiunque non ne facesse uso, perché io utilizzavo le salviette struccanti, perché ero pratica, perché la chimica è l’ultima vera avanguardia che ci sia rimasta, perché funzionano altrettanto bene del latte detergente/struccante – adesso mi trovavo davvero a dover ammettere davanti a un cuscino sporco che era stata tutta una drammatica, colossale BALLA?

Sì, mi trovavo davvero a dover.

E quindi niente, in modo a dir poco picaresco, è cominciata l’epica dei Latti detergenti (latti: sì, si può dire, ho verificato) e dei tonici e degli eye make-up remover.

Piccola digressione pre-linciaggio mediatico. L’uso delle salviette era in parte motivato dal fatto che la superficie della mia faccia non è mai stata pesantemente ricoperta di trucco. Uno strato leggerissimo di BB Cream opacizzato con un velo di cipria come base, poi due mani di mascara e eye-liner. Stop. Non so nemmeno se il processo che ho appena descritto si possa effettivamente definire maquillage. Voglio dire, sappiamo tutte che stendere l’eye-liner sulla palpebra si rivela più un esercizio zen di calligrafia, che un gesto di vanità vero e proprio. (Dalla fermezza di quel minuscolo tratto della mano – ~ – io capisco che tipo di giornata mi aspetta, è un indice umorale: è rito, non teatro.)

L’Epica della Detersione Perfetta. E così mi sono avventurata in profumeria e ho cominciato a guardarmi attorno con profonda umiltà alla ricerca di prodotti che facessero al caso mio.

La scelta è caduta sulla linea Clarins. Essenzialmente perché, se accostati con grazia, il flacone del Latte e quello del Tonico mi suscitavano sensazioni cromatiche più interessanti. Per farla breve, li ho scelti per il colore dei flaconi. Secondariamente, perché insieme c’era in regalo un’enorme busta portatrucchi che non utilizzerò mai e un flaconcino irrisorio di struccante bifasico per occhi (con molta probabilità l’unico prodotto che mi servisse davvero).

Quindi mi sono portata a casa il paccozzo promozionale, e dopo qualche ora si era fatta sera e mi sono decisa a provarli.

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Epilogo passibilmente serio. Com’era prevedibile, si sono rivelati tutti degli ottimi prodotti. Lo struccante bifasico (1) fa il suo sporco lavoro – non è eccessivamente oleoso e rimuove tutta la poltiglia nera dalle orbite con estrema efficacia – ma ha soprattutto il grande pregio di arricchire la vita di un gesto di alto valore simbolico, lo shakeraggio emulsionante. Il Latte (2) ha una formula molto fresca (è alle erbe alpine), gradevole ecc. Il Tonico (3) – ecco, il Tonico è stato una vera e propria rivelazione. Appena ho svitato il tappo, il suo profumo mi ha mandata in estasi. Mi sono lasciata travolgere da un’ondata dolcissima di ricordi infantili. Insomma, un tonico-madeleine, per viaggiare a ritroso nel tempo a comando. L’ingrediente caratterizzante è la camomilla, ma ogni volta che lo annuso, io ci sento soprattutto una base di acqua di Colonia, un’acqua di Colonia appena appena più dolce, delicatissima. Profuma di bambole e pettini. Mi piace tanto.

Prima di andare a letto mi tampono la pelle del viso con un dischetto di cotone imbevuto di tonico-madeleine, e poi ci applico sopra la crema idratante Tirami… su! (4) della Be Chic, quella “con semi di mela ed estratto di ginseng” (a margine: sono anni, anni!, che le creme Be Chic, con quei loro colorini improbabili, mi girano per casa e, giuro, ho sempre pensato si trattasse di qualche sottomarca al limite della cineseria – poi con stupore l’ho vista comparire qua e là, sempre con maggior frequenza, ho visitato il sito e ho realizzato che si tratta di una linea di cosmetici coi fiocchi, rigorosamente made in Italy, il che mi ha tranquillizzata non poco, visto che da anni la uso regolarmente. Di creme viso così leggere e a rapido assorbimento non ne esistono molte in circolazione).

Devo dire, a titolo di conclusione, che ai prodotti per il make-up, ho sempre preferito di gran lunga quelli per la cura della pelle, in parte perché la pelle è un mio punto di forza, in parte perché mi piacciono le carezze, almeno credo. Stendere una crema sul viso mi rilassa in modo incredibile. Ne ho già puntate un paio di nuove da provare. Magari ve ne parlerò più in là.

YOU CAN’T BUY HAPPINESS, BUT YOU CAN BUY BAGS

Parliamo di Coccinelle. Perché sì. Perché da qualche mese, questa borsa, è La Borsa, l’unica e insostituibile.

E – posso dirlo? gridarlo al cielo? – la adoro.

Sto per essere tacciata di blasfemia da molte di voi, ma potendo scegliere tra questa Coccinelle e una borsa Michael Kors di prezzo equivalente, ho scelto la prima.

AAAHHH.

Eh sì. E non poteva andarmi meglio. Per innumerevoli ragioni.

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Per l’estrema, prodigiosa morbidezza della pelle, per il Mac-formato, per la cura delle finiture. Rientra perfettamente in quella fascia di lusso democratico, dove si paga la qualità, ma non ci si sente affatto intimiditi a sfruttarla per scopi pratici. Perché questa Coccinelle, oltre ad essere oggettivamente bellissima nella sua eleganza minimale e nelle sue linee vagamente sprezzanti, è pratica. Sto dicendo che è di una comodità assoluta. E’ capiente senza essere over-size, ed è vero che si chiude solo con una clip magnetica, ma all’interno è provvista di un’ampia tasca con cerniera che io trovo molto rassicurante, essendo il tipo di persona che lancia la propria borsa più o meno ovunque, col rischio di disperderne il contenuto in modi incalcolabili.

Se ciò non bastasse, aggiungo che è leggerissima, un fattore che ho imparato a non trascurare negli ultimi anni. Ho avuto borse che la sera mi lasciavano le spalle anchilosate da quanto pesavano: pesantissime anche senza oggetti all’interno, strutturalmente pesanti, vuoi per la trama della pelle, vuoi per le maniglie, boh. Be’, questa è un peso piuma. Un peso piuma che all’occorrenza sa dimostrare una resistenza commovente ai sovraccarichi. L’ho portata a spasso per più di 500 km con dentro laptop, Kindle, iPad (sì, l’ho comprato!), svariati volumi cartacei, taccuini e compagnia bella – e non ha ceduto di un millimetro. E’ una coccinella tosta, garantito.

Se proprio dovessi imputarle un difetto, direi che è un peccato non poterla indossare anche a tracolla, perché, diamine, sarebbe la tracolla perfetta. Ma la perdoniamo. L’eccellenza non è sempre versatile.

Insomma, cosa devo dirvi, è nato un grande amore, e una trepidante aspettativa verso la casa produttrice.

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Ragazze, vi consiglio vivamente di visitare lo shop online di Coccinelle – perché ci sono i SALDI!, i saldi, capite? Decine di borse, inclusa quella che vi ho appena mostrato, a prezzi stracciati.