THE TRUTH IS OUT THERE

Ok, basta farfugliamenti esistenziali. No spoiler.

La cosa bella di quando si è malati è che si può stare per giorni interi sotto il piumone beatamente incuranti del prossimo (perché è il prossimo in teoria che dovrebbe occuparsi di noi) senza inutili sensi di colpa.  Ho acceso il proiettore 2 giorni fa e se mi è capitato di spegnerlo è stato solo per evitare che prendesse fuoco per surriscaldamento, e per andare al lavoro (sì, con la febbre, succede, sapete).

Comunque, tra un Fluimucil e una Vivin C, e tra una crisi letargica e l’altra, sto finendo di vedere la prima stagione di X-Files. Ebbene sì.

Finalmente sto associando un immaginario coerente a quella sigla assurda sputtanata ovunque.

Ora, affrontiamo un secondo la questione Serie TV Cult Anni Novanta. Perché se è molto facile schierarsi dalla parte dell’agente Dale Cooper, un gesto pressoché naturale per qualsiasi individuo filmicamente svezzato, infinitamente più complesso risulta esprimere il proprio apprezzamento per l’agente Fox “Spooky” Mulder.

Sappiate che io gli voglio un casino di bene proprio perché è così sfigato.

(Per la cronaca: sua sorella è sparita misteriosamente quando lui era solo un ragazzino trasformandolo in un condotto di forze sconosciute – sentiva le voci! Le sente ancora? – e traumatizzandolo al punto tale da farne in età adulta un workaholic dedito all’archivio compulsivo e all’occasionale riapertura di casi irrisolti e inspiegabili – gli X-files! – nonché un contributor sotto pseudonimo di testate specializzate in occultismo. – Pensavo che nessuno ci avesse fatto caso. – C’è sempre qualcuno che ci fa caso.)

Che ci vuole ad amare Twin Peaks? (Lo amiamo tutti!) C’è lo zampino autoriale di Lynch, almeno nella prima stagione, c’è la colonna sonora di Angelo Badalamenti che abbiamo imparato ad amare fin dalla più tenera età grazie a una qualsiasi compilation newage (il Twin Peaks Theme c’era sempre, sempre!), c’è l’alter ego lynchiano per antonomasia Kyle MacLachlan (Dune, Velluto Blu, you know), ci sono i dialoghi e i frame enigmatici da decriptare (sarà che abbiamo visto Mulholland Drive troppe volte ma la naiveté aurorale di Lynch non ce la beviamo), il misticismo, l’amore impossibile tra Cooper e Audrey (un personaggio orribilmente deturpato/normalizzato nella seconda stagione), il caffè nero, la meditazione a testa in giù e i report su nastro magnetico di Cooper (Diaaane…). Insomma, è troppo facile, ammettiamolo.

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Ma l’agente Mulder, da che mondo è mondo, chi se lo fila?  La dottoressa Gruber ehm Scully non vale. Lei è cotta fin dalla prima proiezione di diapositive cui Mulder l’ha sottoposta nel suo ufficio-ripostiglio sotterraneo ma ancora non lo sa.

Insomma, chi?

Ecco. Ecco perché io voglio credere (in Mulder).

+

Che poi, chissà per quale ragione, io sono cresciuta con la percezione involontaria di due agenti dell’FBI vecchi e stanchi. Cioè, X-Files mi è sempre sembrato un telefilm per gente attempata desiderosa di immedesimarsi in protagonisti altrettanto attempati. Invece, incredibile!, Mulder&Scully sono giovani! Lui ha 33 anni, lei forse qualcuno in meno: praticamente siamo coetanei. Sono ancora sotto shock. (Sto anche riflettendo sul fatto che agli occhi di una bambina di 6 anni io appaio come una donna attempata vecchia e stanca.)

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La prima stagione lascia un po’ spiazzati. Risente moltissimo dell’incertezza del futuro, del suo stesso futuro, a livello di produzione e di scrittura. È concepita come una lunga, a tratti estenuante, teoria di episodi autoconclusivi. A me ricorda tantissimo certe raccolte di racconti di Stephen King. Le atmosfere sono molto simili. Si affonda con piacere nello stereotipo di genere, in un montaggio perfetto di cliché narrativi e cinematografici, per poi lasciarsi catturare da un dettaglio infinitesimale e del tutto inaspettato, un punctum, un vertice di scoordinazione assolutamente violento e fatale che rimescola tutte le carte in tavola e ti intrippa fino alla fine dei tempi. Può nascondersi nella battuta di un dialogo, un termine tecnico che non ti aspettavi, in un elemento d’ambiente, in un capo d’abbigliamento, persino. Insomma, il punctum è lì e ti precede da sempre e arriva sempre il momento in cui ti si rivela e tu decidi così di continuare la visione perché ti senti afferrato impigliato posseduto da quella rivelazione di cui non sospettavi minimamente l’esistenza. Come nei racconti di King tutto torna eppure niente torna o torna in maniera ambigua e l’ambiguità non riguarda mai ciò che ti aspetti ma sempre qualcos’altro (sto un tantino esagerando, ok). 

Non so nulla della seconda stagione, non spoileratemela, please. Forse sarà un’altra raccolta di racconti, o forse, questa volta, a fronte del successo ottenuto, prenderà – avrà preso? i tempi verbali si complicano maledettamente parlando di una prospettiva futura realizzatasi in un passato che sarebbe stato il mio presente del futuro – la forma di un romanzo, io mi godo l’incertezza sotto le coperte, appallottolando un kleenex dopo l’altro e sorbendo tisane dai nomi significativi (“Gioia di vita”).

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