Mi aggiro per la stanza

sollevando appena i piedi. È più come transitare lungo il perimetro di un pensiero, avendo cura di non sfiorarlo. Su ogni cosa aleggia una frase incompleta. Una frase difettosa incapace di concludersi. La osservo sventolare dal soffitto come un lenzuolo trasparente. 

Questo piano è senza finestre: è una camera o un cubicolo oscuro, adorno soltanto di una tela tesa e “diversificata da pieghe”, come un derma messo a nudo. (Deleuze) 

Il margine non è pacificato, il centro è sotto assedio, si scinde. È una cellula in mitosi. La proliferazione come fuga, come nascondiglio. 

Non ho argomenti sufficientemente validi da scalfire il nulla che mi perseguita come un dio innamorato. Non ho la forza di stringere un’alleanza con l’assenza. La vita è solo uno spessore delle parole, un’ombra gettata. 

Ieri pomeriggio per un attimo ho sentito l’impulso di accendere la tv. Mi sono controllata. È inutile scappare nelle immagini.

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C’erano molti modi per descrivere quella sensazione. Le definizioni si sprecavano.

Astenia. Tristezza acuta. Derealizzazione. Weltangst. Poteva sempre inventarsene di nuove. 

Quando ne parlava, quando era forzata a parlarne, si lasciava soccorrere da tropi fantascientifici. Parlava di rapimenti alieni, di viaggi extracorporei – e all’improvviso si sentiva al sicuro. Se sul suo volto baluginava l’accenno di un sorriso, i suoi interlocutori occasionali, dopo un iniziale sconcerto, scoppiavano a ridere. Erano risate liberatorie. Erano risate che ristabilivano l’ordine. Risate che, lo si capiva benissimo, credevano incrollabilmente nel regolare succedersi delle stagioni e nell’avvicendamento di giorno e notte. Dicevano, Niente di grave. E ammiccavano. 

Lei invece non ci credeva sempre, non incrollabilmente, all’avvicendarsi di luce e buio. A volte la luce durava un attimo di troppo. Oppure la notte non se ne andava mai. Intuiva che le cose potevano sempre andare diversamente da come ci si aspettava. Le leggi naturali non le sembravano così affidabili, dopotutto. L’ordine delle cose era troppo vulnerabile.

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