TIMING IS OVERRATED.*

Ecco perché, a febbraio inoltrato, ho deciso di propinarvi l’ennesimo post dedicato ai cosiddetti Buoni Propositi Annuali.

Il rituale consolidato negli anni prevedeva che ogni gennaio taccuini, post-it, cornici e sfondi desktop si costipassero a rotazione di un brulichio di formulette analgesiche e di slogan automotivanti estrapolati dalle fonti più bizzarre – se anche voi soffrite di insicurezza cronica, sapete di cosa parlo – il solito vecchio refrain dal sapore squisitamente post-adolescenziale: quest’anno prova questo, abbandona quello, lima lì, scartavetra là, cerca di essere più ______, cerca di essere meno _____ – il tutto riassumibile in un unico monito: CAMBIA. Solo che poi non cambiava mai niente. Nella fattispecie io, io mica cambiavo, mi illudevo forse di cambiare, ma le mie erano solo estemporanee riconfigurazioni di superficie votate al nulla, cioè all’eterno ritorno dell’identico, al puntuale riconsolidamento dell’Abitudine, che tutto appiana con l’eterea levità di un rullo compressore.

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Quest’anno no.

Quest’anno mi sono riproposta un’unica cosa: Zero Buoni Propositi.

Questa per me dovrebbe essere l’annata anti-propositiva per eccellenza, l’annata dell’if-you-don’t-like-it-you-can-get-the-fuck-out-of-my-house, per dirla con Christopher Wool.

Insomma, l’anno del NON – del NON-essere, del NON-diventare.

Quest’anno, mi sono detta il mese scorso, non stimolerò il cambiamento, lo saboterò, porcaputtana.

+

In un periodo di recuperi nostalgici come quello attualmente in corso, mi capita sempre più spesso di ripensare alla mia infanzia. Niente esisteva ancora ma io c’ero tutta intera, aperta a qualunque divenire e senza l’affanno di dover corrispondere a un qualche rigido progetto identitario codificato sulla base dei più svariati condizionamenti socio-ambientali, come poi accade in genere dall’adolescenza in su.

Ero e basta.

Adesso sono, sì, ma con estrema fatica e mai, mai in modo davvero convincente.

Negli anni sento di aver abbattuto molte autorità esterne, eppure non riesco ancora a scardinare la dittatura interiore di questa cazzo di vocina insinuante (che un giorno identificherò, potete starne certi) che tenta in continuazione di delegittimarmi e di spingermi fuori pista.

*Come titolista non ho alcun futuro, lo so. Questi titoli anglofoni d’accatto sono di un cattivo gusto orripilante. Ma non è colpa mia se quando cerco un titolo mi si occlude la mente e vengo inghiottita da un buco nero (che forse è solo un punto fermo particolarmente grosso, non so). Comunque i paratesti sono troppo problematici per me, non ce la posso fare.

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