DIBBUK

Un giro di possessioni a vuoto”

Fleur Jaeggy

Lo squallore. Ricapito per caso su questo blog ed è come mettere piede in una casa disabitata o evacuata all’improvviso, i resti ammuffiti della cena ancora sul tavolo, qualche sedia rovesciata nella fretta. Una spessa patina di polvere depositata su ogni superficie. Con il dito ci scrivo CIAO 2016, oppure BENTORNATA.

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Ho mandato al rogo per eresia ogni mia identità transitoria. Un olocausto privato inevitabile, perché ogni verità reclama il suo martire. Più volte mi sono sentita tentata di farlo anche con l’autrice di questi post. Come sbarazzarmi di lei? Perché non riesco a bruciarla viva? A infilarle la testa nel forno? 

La verità è che ci sono già troppi fantasmi nella mia vita. Strani spostamenti d’aria. Brividi lungo la spina dorsale.

C’è la ragazzina di 16 anni, per esempio, che mi guarda torva da un angolo della stanza.  E’ l’unica presenza-assenza con la quale non sia riuscita a riconciliarmi. Scuote la testa con disapprovazione, digrigna i denti. Non mi perdona di averla tradita, tanto tempo fa.

Nei suoi vasi sanguigni, o in ciò che ne resta, circola sangue lavico. Il suo fiato è incandescente. La sua pelle, un’unica ustione.

Io la guardo e rido. Lei brucia.

Il mio piccolo caro fuoco fatuo.

Non so come dirle che le voglio bene.

Le parole non le arrivano, le arriva qualcosa di più diretto delle parole.

Senti, tesoro, cosa c’è che non va? L’infanzia sarebbe finita comunque prima o poi. Eri già una patologia nel mio dna.

Lei risponde arroventando le pupille. Ha occhi animali, due grosse biglie di mica incastonate nelle orbite, o in quel che ne resta. Occhi che riflettono migliaia di altri occhi.

Cosa avrei dovuto fare? Eri troppo intransigente, troppo dura. Non sono stata io ad ucciderti, ti sei uccisa da sola, ricordi?

Mi guardo intorno, le indico la stanza, la sua vecchia camera da letto, descrivendo un ampio semicerchio con il braccio.

La ragazzina appendeva sulle pareti ritratti di donne cancellate dalla Storia, come in quell’installazione di Christian Boltanski, Autel de Lycée Chases. Collezionava nomi di donne morte, come io oggi colleziono piante d’appartamento. Antonia Pozzi, Sylvia Plath, Simone Weil, Virginia Woolf, Sarah Kane, Unica Zuern, Cristina Campo, Amelia Rosselli, Dora, Janet Frame, Camille Claudel, Ana Mendieta, Augustine, Lotte Pritzel, Djuna Barnes, Emily Dickinson, Lucia Joyce, Zelda Fitzgerald… Nomi e nomi e nomi.

Zelda, Ingeborg, Clarice – le Grandi Incendiate del secolo scorso.

Nomi e nomi e nomi.

(Boltanski: “L’archivio è un modo di lavorare puntando al fallimento. Puoi archiviare tutto, puoi contare il numero delle bottiglie, delle persone, ma più archivi, più nascondi.” Più archivi e più nascondi: scrivitelo da qualche parte.)

Nella mitologia ebraica, le anime inquiete dei suicidi si chiamano dibbuk.

Troppi dibbuk nella sua adolescenza. Troppe sovrimpressioni, troppe POSSESSIONI, povera piccola.

Volevi salvarle tutte, non è vero?

Io ho fatto di più. Ti ho trasformata in una di loro. Ma non appenderò il tuo ritratto sulle pareti della mia stanza. Invece pianterò un seme di arancia in un vaso, come feci allora, e aspetterò che germogli in questa luce polverosa.

Perché germoglierà.

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