RAGAZZE VERDI

I live my part too — only I can’t figure out what my part is in this movie.

Edie Sedgwick in Andy Warhol’s Kitchen

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Londra. In primo piano, il volto inespressivo di una ragazza bionda. Avrà poco più di vent’anni, è americana e assomiglia in modo sorprendente a Jean Seberg (New York Herald Tribune!). Segni distintivi: un talento ammirevole nel passare inosservata; una preoccupante predisposizione all’annientamento. La personalità, un lusso per pochi. Costa troppo. Per qualcuno come Agnes è importante avere una firma nella vita. Agnes, fino a prova contraria, è la sua migliore amica, una fiammata di capelli rosso Tiziano, una femme fatale alla Ava Gardner. Agnes sa mettersi in posa a beneficio di un pubblico invisibile. Lei no. Una green girl, una ragazza acerba, in costante riconfigurazione, una firma non ce l’ha. Lei è nata per essere un’icona della rovina. Ruth lavora ai grandi magazzini, corpo tra corpi e immagini di corpi. È pagata per sorridere e per promuovere il profumo Desire. Desire? Desire? Le piacerebbe provarlo? Kate Zambreno, dal canto suo, è un’autrice sadica come poche altre. Ruth le ricorda le Barbie con le quali giocava da bambina. A quelle che amava di più riservava i trattamenti peggiori. Tagliava loro i capelli perché assomigliassero a Ken. Sottoponeva i loro corpi a fantasiose macchine di tortura. “Forse scrivere per me è un’estensione di quei giochi infantili. Ruth è la mia bambola. Spasimo per darle vita e per commettere indicibili atti di violenza contro di lei. Provo sprazzi di gioia di fronte alla sua sofferenza.” C’è qualcosa di mistico nel suo essere assolutamente niente, nel suo tendere asintoticamente al nulla, allo zero, al meno di zero, al vuoto, all’antimateria, a Dio. Ruth, come una santa dalle palpebre glitterate, che riceve la chiamata attraverso le pagine di Vogue. Ho fatto esperienza della perdita, tutto il suo corpo è teso verso questa confessione. Sarà Rhys, che la ama ma che rifiuta di toccarla, a parlarle di Caterina da Siena e di Teresa d’Avila, che sentiva le viscere disfarglisi a contatto con la freccia d’amore divino che l’aveva penetrata. (Che puttana, commenterà Agnes.) Ruth non vuole che i ragazzi siano carini con lei, vuole che siano delle bestie. Il sesso, l’ennesimo esperimento di autodistruzione. Un suicidio mascherato, un “mythical suicide”, ma senza rinascita. Voglio distruggerla. Voglio distruggere me stessa se questo distruggerà la cosa che ho dentro. L’eutanasia della giovinezza. Alla fine non si tratta che di questo: di trovare un modo per ratificare la propria sparizione mentre il nostro riflesso ci sfreccia ancora davanti su ogni vagone in transito della metro come su uno schermo cinematografico. Un attimo prima che il brulichio dei vivi ci divori. Mind the gap.

Kate Zambreno – Green Girl (Harper Perennials, 2014)

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