MAPPE

Una volta la poetessa Elisa Biagini mi disse che un buon metodo per contrastare la malinconia era concludere piccole cose. Quella bozza di racconto abbandonata a metà: completala. Quella telefonata che rimandi di giorno in giorno: falla. Piccole cose, operazioni minime ma concrete per disfarsi del disordine in accumulo. Materializzare l’anti-materia, dare voce all’indicibile: per sbarazzarsene. Per ripristinare una quinta di silenzio nella mente, prima che si saturi di nuovo di informazioni caotiche e di distorte campionature ambientali. Avevo capito.

Piccole cose. Me lo disse mettendomi in mano una spilla con un verso di Adrienne Rich.

Nel pomeriggio avevamo passeggiato a lungo nel Parco Stibbert di Firenze. Un giardino romantico aperto al pubblico antistante la residenza privata, ora trasformata in museo, di un eccentrico collezionista inglese dell’Ottocento con la passione per i viaggi e le chincaglierie esotiche. Sedute su una panchina, avevamo contato i gatti che ci passavano accanto, e parlato di uomini. Era un periodo difficile per entrambe.

The words are maps. Il verso stampato sulla spilla diceva che le parole sono mappe. Ci ho ripensato spesso in seguito. Al culmine del disorientamento, mi sono sempre rivolta alle parole per trovare una via d’uscita – o una via d’accesso. Sul filo delle parole ho allestito topografie mentali, edificato città invisibili, scenari alternativi.

Anche per questo mi ha entusiasmato scoprire il LabLitArch (Laboratorio di Architettura Letteraria) grazie a un bellissimo articolo di Vincenzo Latronico apparso su IL Magazine. Fare critica letteraria attraverso il montaggio di moduli architettonici. Spazializzare il testo letterario, modellizzarlo, farne un plastico.

LabLitARch Ulysses Katherine Treppendahl

Ulysses – Katherine Treppendahl

Rileggerlo così, passando da una stanza all’altra, camminandoci all’interno, anche se solo col pensiero. Un progetto a dir poco stimolante.

Ancora una volta: l’ibridazione dei linguaggi come vettore di cambiamento.

Facciamo critica letteraria con l’architettura. Organizziamo un romanzo come un percorso espositivo. “Concepisco il romanzo essenzialmente come una forma curatoriale“, scrive Ben Lerner, “come un genere che assimila e arrangia e drammatizza incontri con altri generi: poesia, critica e così via.” Facciamo critica d’arte parlando di cosa abbiamo mangiato ieri sera a cena. Facciamo ficto-criticism. Disperdiamo la narrazione delle nostre vite sui social e creiamo un transmedia storytelling.

Ecco, tutto questo, tutto questo mi appassiona maledettamente.

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...