PERCHÉ “QUELLO CHE HAI AMATO” NON BASTA

Va bene, parliamo di libri. Non ne posso più di ragionare sul cosa come e perché. Sentite, prendiamo un libro a caso. Questo: 

quello che hai amato

Un’antologia di racconti uscita qualche tempo fa a cura dell’autrice rivelazione de Il corpo non dimentica nonché fondatrice del blog Abbiamo le prove aka Violetta Bellocchio.

La formula editoriale è di quelle schiette ma ad alto potenziale patetico. Avete a disposizione undici donne scriventi, più o meno danneggiate dalla vita, come tutti noi. Chiedete loro cosa amano. Ed eccovi serviti.

Ci sono scrittrici del Sud come del Nord, immerse in scenari metropolitani o aspramente provinciali, tutte accomunate dal fatto di aver confezionato un racconto che ha per protagonista il loro IO.

Undici donne che dicono IO – e già dovrebbe piacermi. Perché, come sapete – cioè, in realtà non potete saperlo ma – ho un debole per le scritture autobiografiche.

+

Tutto bene, quindi: la giovane narrativa italiana contemporanea è viva e vegeta, oh sì – e produce racconti dimenticabilissimi perché non si assume nessun rischio che vada oltre l’auto-esposizione da seduta psicoterapeutica.

Ecco cosa abbiamo qua: undici racconti che per come sono scritti – ottimamente – farebbero la gioia di qualunque insegnante di storytelling, ma pur sempre undici racconti del tutto privi di audacia, in una parola: pavidi. Nient’altro che il prodotto editoriale ottimizzato di menti docili – dolorosa constatazione. Nessuna ribellione a sputi in faccia. Nessuna guerriglia psico-cognitiva ingaggiata col lettore. Nessun deragliamento dallo standard, qua dentro perfino il disturbo o l’anomalia sono standardizzati e non fanno sussultare. Nessun segno di scasso o di manomissione dei codici formali. Sarà che ho un debole per la promiscuità mediale, per il crossover, per le narrazioni frattali, sincopate, inceppate. Sarà che non credo troppo alla linearità diegetica perché nella mia esperienza niente si è mai svolto in maniera lineare e i discorsi mi appassionano davvero solo quando si interrompono, quando si allagano del rumore di fondo fino a che i referenti non si appannano e retrocedono sullo sfondo, uno sfondo chiuso, otturato contro cui le parole grattano come unghie spezzate e diventano ostili, delle spie d’allarme.

Sarà un mio limite personale, ma io qua dentro tutta questa roba non ce la vedo e, forse anche per questo, mi sento un tantino delusa. Non che avessi grandi aspettative – la narrativa italiana mi delude all’80% – ma se ciò che scrivi non ti incrimina brutalmente e senza appello, allora perché cacchio dici IO:

[due punti, sì – perché mi piace la faglia logica che spalancano se piazzati a caso]

avevo apprezzato la calda e ruvida sincerità di una Bellocchio ai tempi de Il corpo. Ma questo nuovo corso di New Sincerity all’italiana, dove la sincerità è più scimmiottata che messa in atto, non mi convince per niente. Prendete Sheila Heti o Ben Lerner, due tra i più celebri esponenti del filone – loro parleranno pure di sé senza troppe reticenze ma lo fanno smontando l’orologeria della narrazione tradizionale, per questo i loro romanzi funzionano, cioè si imprimono. Perché rischiano.

Potreste obiettare che la rivoluzione non passa necessariamente dall’apparato formale. Vecchia storia. Dimostratemelo, perché io resto convinta del contrario. Inquietare la sintassi significa inquietare il pensiero significa scardinare un modello di realtà cristallizzato significa persino sovvertire la logica del potere e, nel migliore dei casi, gettare le fondamenta per un mondo alternativo o per un modo alternativo di stare al mondo, o no?

Riassumendo: leggete i racconti di questo libro se avete bisogno di trovare rassicurazione e almeno 7 voci autoriali indistinguibili fra loro.

+

Sia chiaro, non ho niente contro l’artigianato letterario. Lo considero una forma di espressione rispettabilissima. Non potrei mai scrivere qua sopra se la pensassi altrimenti. Solo che un blog è, appunto, nient’altro che un blog. La stampa conferisce alla scrittura uno status diverso e una maggiore responsabilità (affermazione discutibile, concesso). Ad ogni modo, in questo caso il prodotto finale ci viene venduto come Letteratura. E allora, scusate, ma non mi sta più bene. Io alla Letteratura chiedo ben altro. Di certo per me non sarà mai un luogo dove trovare riparo dall’inquietudine. E questi 11 racconti tutti perfettini e stondati con la limetta per le unghie, non mi hanno inquietata per niente, hanno solo prodotto un vuoto d’aria. Che poi è l’effetto che mi fanno le cose che scrivo io – ma diamine queste sono le Nuove Leve della Letteratura italiana mica delle spiritate grafomani con amorfe velleità artistoidi! Potrò aspettarmi qualcosina di più da loro?

(e sì, oggi sono intrattabile e non mi piace niente e odio tutti)

(e comunque, io sono una lettrice mefistofelica e sui generis, quindi leggetevelo questo libro, che non è brutto, e magari voialtri lo trovate fenomenale)

(questa gente in ogni caso dimostra di non avere la più pallida idea di chi sia Chris Kraus, forse l’autrice più geniale attualmente in circolazione – io avevo provato a parlarvene qui)

Adieu,

[ho con voi una virgola in sospeso, e sia]

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14 pensieri su “PERCHÉ “QUELLO CHE HAI AMATO” NON BASTA

      • ophelma ha detto:

        Io credo che le autrici di questi racconti siano tutte persone estremamente intelligenti, ma omologate, per scelta o per necessità, a un certo target editoriale. Perché pubblicare a tutti i costi, mi domando io, se il prezzo da pagare è l’auto-semplificazione, l’adattamento coatto al mercato? Mah.

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      • ophelma ha detto:

        Infatti. E, diciamocelo, non è che pubblicando un libro fai i soldi. Quindi forse è per il “successo”, per la popolarità? Posso capirlo. Scrivere è un’attività che comporta molta solitudine, troppa. Ma deve essere sempre tutto semplice e immediato? Sarò una dei pochi che ancora lo crede, ma per me l’arte è difficile. La “creatività” è un’altra cosa. E’ arte degradata, pacificata col mercato. Abbiamo studiato, possiamo essere tutti creativi oggi. Ma gli artisti che fine hanno fatto?

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      • ricettedacoinquiline ha detto:

        Ne discutevo su un altro blog, che però tratta appunto di arte, dove un artista (in questo caso ARTISTA) va da Starbucks, beve il caffè e nel frattempo disegna sul bicchiere, poi lo lascia lì e chi vuole può prenderlo… Una cosa meravigliosa! Anche perché ormai l’arte (con la a minuscola) è vista solo come fonte immediata di soldi, quando la maggior parte degli Artisti che fanno Arte sono tutti degli sconosciuti

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